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Si, viaggiare…..e se mi faccio male?

Spesso quando si parla di infortunio al lavoro si tende a dare per scontato che la tutela dell’INAIL risolva tutti i problemi economici del malcapitato.

È comune l’idea che lo Stato debba provvedere a chi si fa male garantendogli una pensione o un capitale per indennizzarlo.

Abbiamo visto in altri articoli che la situazione in realtà non è tutta rose e fiori e che anche nei casi in cui l’INAIL interviene, le prestazioni economiche non sono molto generose.

È comune anche l’idea di essere sempre protetti, anche lungo la strada per andare al lavoro o per ritornare a casa dopo aver svolto il proprio dovere.

Sei proprio sicuro che le cose stiano così?

Ti sei mai chiesto cosa succederebbe se subissi un incidente stradale mentre vai al lavoro?

Hai mai verificato se il tuo modo di spostarti per recarti al lavoro ti dia diritto alla tutela INAIL in caso di infortunio?

Non sono domande buttate li a caso o a cui non dare peso, soprattutto l’ultima. Riflettici un attimo e pensa alle tue conoscenze sulla materia.

Ti hanno mai spiegato come funziona quello che comunemente viene definito infortunio in itinere? Sono sicuro di no. Al massimo ti sarai trovato qualcosa di scritto allegato al tuo contratto di lavoro quando sei stato assunto o ti avranno consegnato sbrigativamente un opuscolo che parla di sicurezza sul lavoro e in maniera superficiale delle protezioni a cui hai diritto.

Prima di addentrarci nell’argomento e snocciolarti una serie di problemi e particolarità della tutela INAIL voglio però rassicurarti sul fatto che sei protetto dall’INAIL anche se subisci un infortunio durante il normale tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione ed il luogo di lavoro. Il problema però è che la tutela è valida se e solo se sono rispettate tutta una serie di condizioni, che in realtà in moltissimi casi vengono disattese.

L’argomento è molto dibattuto fin da quando si è iniziato a parlare di infortunio sul lavoro ed in itinere. Talmente dibattuto che più volte nel corso degli anni sono intervenuti sia il legislatore, modificando le leggi sull’argomento o introducendone di nuove, sia la Corte di Cassazione, con una serie di sentenze volte a dirimere le controversie tra i lavoratori e l’INAIL in ordine all’interpretazione delle leggi quando dovevano essere applicate concretamente a seguito di specifici incidenti. In pratica esisteva un quadro normativo di base, che è stato modificato e che è ancora in fase di evoluzione per alcuni aspetti, ma spesso chi subiva l’infortunio doveva rivolgersi ad un avvocato per far valere le proprie ragioni. Ad oggi possiamo dire che ci sono stati notevoli passi in avanti nel chiarire la questione, pur rimanendo sempre una parte di interpretabilità soggettiva. In generale almeno possiamo mettere alcuni punti fermi, anche grazie ad una serie di circolari emesse dalla stesso INAIL, per dettare le linee guida dell’interpretazione dell’infortunio in itinere.

Possiamo riassumerle dicendo che l’infortunio in itinere è coperto se:

  1. il tragitto è percorso con “ordinarie modalità di spostamento
  2. sono verificate le finalità lavorative
  3. gli orari tra lavoro e spostamento sono compatibili
  4. il tragitto percorso da casa al lavoro e viceversa è considerato normale

Il primo punto è sottolineato perchè è un punto che merita particolare attenzione. Sai infatti cosa significa quel”ordinarie modalità di spostamento”?

Significa che l’INAIL riconosce come mezzi di spostamento solo i mezzi pubblici o l’andare a piedi.

Nessuno ci pensa e tutti lo fanno in maniera quasi meccanica ma prendere l’auto per andare in ufficio non è considerato alla stregua di usare i mezzi pubblici.

Cosa significa questo? Significa che se vai al lavoro con la tua macchina o il tuo scooter potresti sentirti dire che l’infortunio in itinere non è coperto.

Te lo spiego con altre parole. L’ INAIL non dà una copertura generica per tutti i mezzi di trasporto. Parte dal presupposto che tu vada al lavoro a piedi o coi mezzi pubblici. In quei casi ti tutela senza eccepire alcunchè. Ma se vuoi utilizzare un tuo mezzo allora le cose vanno analizzate di volta in volta per ogni singolo caso, investigando sul perchè e sul come vengano usati questi mezzi ed andando quindi ad includere nella tutela solo chi rispetta determinati vincoli e rifiutando la copertura in tutti gli altri casi. Si parla di “scelta necessitata”, “scelta del mezzo necessitata”, “nesso eziologico tra percorso seguito ed infortunio”, “nesso causale” e tanti altri paroloni e frasi ad effetto che lasciano aperte diverse possibilità di interpretazione qualora accada un incidente lungo la strada. Ecco perchè spesso si sentono notizie di persone che hanno un incidente e non vengono risarcite. Non è nient’altro che l’applicazione della legge. Il problema vero è che nessuno o quasi ne conosce fino in fondo i meccanismi ed i criteri di applicazione.

Provo a mettere un pò di ordine dandoti i 7 capisaldi sull’argomento.

1 – INAIL tutela l’infortunio in itinere se vengono rispettate tutte le condizioni previste dalla legge. Quindi in quel caso stai tranquillo che avrai diritto al tuo assegno. Altra cosa è però capire se quell’assegno sia abbastanza generoso da permettere a te e alla tua famiglia di vivere dignitosamente anche a seguito di un incidente così grave da non permetterti più di lavorare e guadagnare come prima.

2 – L’uso del mezzo pubblico o l’andare a piedi sono la modalità di spostamento ordinaria secondo l’INAIL.

3 – L’uso del mezzo privato è consentito in certe situazioni. INAIL parla di utilizzo necessitato. Con questa parola si intende che l’uso di un mezzo privato è consentito se:

  • i mezzi pubblici sono troppo lontani da casa o dal luogo di lavoro, intendendosi con ciò che il singolo tragitto deve essere superiore a 1 km
  • i mezzi pubblici circolano con orari e frequenze tali che obbligherebbero il lavoratore ad attese eccessive, tenendo conto anche delle sue esigenze famigliari
  • il mezzo è prescritto o fornito dal datore di lavoro, la classica auto aziendale.

In questi casi l’uso del mezzo privato dà quindi diritto alla piena copertura assicurativa.

4 – Oltre che lungo il tragitto di andata/ritorno tra l’abitazione ed il luogo di lavoro, la copertura vale anche lungo il percorso necessario per raggiungere il luogo di consumazione abituale dei pasti, se non esiste una mensa aziendale.

5 – Il percorsa da seguire, per essere sempre coperto dalla tutela INAIL, deve essere quello normale, intendendosi con ciò il percorso più breve tra casa e lavoro, salvo deviazioni necessarie per lavori stradali o per cause di forza maggiore, ad esempio la rottura meccanica dell’auto. Sono tollerate anche altre deviazioni ma solo per casi specifici, ad esempio per direttive impartite dal datore di lavoro, soccorrere vittime di incidenti stradali, accompagnamento dei figli a scuola (se necessario) ed in generale brevi soste che non alterino le condizioni di rischio. Tieni presente che anche il fattore tempo viene considerato in quanto la copertura assicurativa è valida se l’incidente avviene in orari compatibili con queli dello spostamento casa/lavoro. Tanto per chiarire, un incidente molto lontano dal normale tragitto o avvenuto alcune ore dopo l’orario in cui transiti normalmente per quella strada, significa che quell’incidente non è considerabile come un infortunio in itinere. Vuol dire che potresti ritrovarti con un grosso danno fisico e senza risarcimento INAIL.

6 – L’eventuale utilizzo del mezzo privato deve essere fatto in conformità alla legge. Sembra una cosa scontata. Se interpreti meglio questa frase però vedrai che non si intende solo che non bisogna mettersi alla guida sotto l’effetto di alcool, droga o psicofarmaci. Significa anche che se guidi una bicicletta o uno scooter devi comportarti di conseguenza, non girare senza tenere ben saldo il manubrio, non fare la gara di impennate con il collega. In generale vige il principio che se guidi in modo da esporti maggiormente al rischio di incappare in un incidente potresti vederti negato il risarcimento.

7 – La materia non è totalmente statica ma sta continuando a cambiare in questi anni, anche a seguito delle evoluzioni tecnologiche e alla nascita di nuovi mezzi di trasporto. Basti pensare ai monopattini elettrici, agli hoverboard, ecc ecc. Tutti strumenti già in circolazione ma non ancora ben inquadrati dalla legge. Muoverti con questi mezzi allo stato attuale è un grosso rischio, la tutela INAIL non è sempre garantita.

Ora che hai tutte queste informazioni prova a risponedre nuovamente alla domanda che ti avevo posto all’inizio dell’articolo.

Hai mai verificato se il tuo modo di spostarti per recarti al lavoro ti dà diritto alla tutela INAIL in caso di incidente?

Perchè aderire alla previdenza complementare?

Da molti anni ormai si sente dire che la pensione sarà molto bassa. Nonostante ad ogni riforma vengano aumentate sia l’età pensionabile che le tasse versate allo Stato, il gap previdenziale, cioè la differenza tra il tuo ultimo reddito e la tua pensione, sembra aumentare sempre di più.

Siamo passati attraverso la riforma Amato, la riforma Dini, fino alla famosissima legge Fornero del 2011 ed il risultato di ogni cambiamento è stato una riduzione delle pensioni nel corso degli anni.

Ti basti pensare che fino a metà anni ’90 la pensione era commisurata allo stipendio medio degli ultimi anni di lavoro. Tutti i pensionati di allora potevano ritirarsi dal lavoro con un reddito che era anche l’80/85% di quello abituale. Considerando che non lavorando si riducono i contributi da versare e soprattutto si tagliano tante spese come i pasti fuori casa, la benzina o i mezzi pubblici per andare in ufficio, ecc, ecc per tanti di loro andare in pensione significava addirittura aumentare il proprio tenore di vita. Niente più sveglia che suona al mattino presto ma tanti soldi in tasca e tanto tempo libero per spenderli e godersi la vita dopo tanti anni di sacrifici.

Il gioco però era troppo bello per durare, ed infatti con le riforme Dini e Fornero è cambiato per tutti il sistema con cui si calcola la pensione: non più una percentuale dell’ultimo stipendio ma un valore che dipende dal totale dei contributi versati e dall’età al pensionamento. Il passaggio al sistema contributivo, con lo scopo di rimettere in ordine i conti dell’INPS, è quindi una dolorosa conseguenza dei troppi anni di gestione allegra delle finanze pubbliche. Capirai bene che il modo più immediato per sistemare il bilancio dell’INPS è di ridurne le uscite, cioè le pensioni pagate. Il risultato finale è che la pensione diventerà sempre più bassa, molto più bassa rispetto a quanto sei abituato a ricevere come stipendio. Nasce un vero e proprio “gap previdenziale”, un buco nelle tue entrate che dovrai provvedere in prima persona a colmare per non ritrovarti a vivere una vita di stenti quando smetterai di lavorare. Invece che pensare a quali sfizi toglierti da pensionato, come facevano i tuoi genitori che magari potevano permettersi addirittura di comprare la casa per le vacanze o il modello più accessoriato dell’automobile preferita, dovrai cercare il modo migliore per arrivare a fine mese in maniera decorosa, senza dover erodere un pò alla volta tutti i tuoi risparmi fino ad azzerarli e senza dover chiedere un aiuto economico ai figli, come purtroppo sta succedendo a sempre più persone.

Probabilmente questa non è la prima volta che ti imbatti in espressioni strane come “gap previdenziale” o meglio ancora “tasso di sostituzione”. Ma cos’è esattamente il tasso di sostituzione?

Si tratta di un valore percentuale che indica a quanto ammonta la tua pensione rispetto al tuo ultimo stipendio. Permette di valutare l’adeguatezza della propria pensione pubblica e capire se da sola sarà sufficiente a mantenere il tenore di vita goduto durante il periodo lavorativo.

Ti anticipo già la risposta….NO….la pensione pubblica non sarà sufficiente a mantenere lo stesso tenore di vita che avevi quando lavoravi.

In base allo strumento utilizzato, che sia il simulatore di qualche compagnia assicurativa, il sito INPS o la famosa busta arancione che abbiamo ricevuto qualche anno fa, il responso è sempre lo stesso: dal momento in cui andrai in pensione riceverai molti meno soldi di quanto eri abituato ad incassarne quando avevi uno stipendio. E per “molti meno soldi” intendo dire che la tua pensione sarà circa il 50/55% del tuo ultimo stipendio. Poco più della metà di quello con cui ti eri abituato a vivere.

Un bel problema.

Come fare allora per risolverlo?

Fortunatamente, fin dall’introduzione del sistema contributivo nel lontano ’95, si è sviluppata e raffinata la previdenza complementare o quella che viene anche definita secondo pilastro, con l’obiettivo di incentivare chiunque a mettere da parte dei soldi per integrare il primo pilastro, cioè la pensione pubblica.

È utile conoscere non solo il motivo (integrare la pensione pubblica) ma anche il come aderire alla previdenza complementare.

Sostanzialmente si tratta di sfruttare i cd piani individuali pensionistici.

Sono strumenti che trovi presso qualunque compagnia assicurativa e che ormai sono diffusi anche in posta e in banca.

Perchè allora dovresti usarli? Quali sono i vantaggi per te derivanti dall’adesione alla previdenza complementare?

Ecco per te i sette buoni motivi per sottoscrivere un Piano Individuale Pensionistico, il PIP.

1 – Colmare il gap previdenziale.

Il primo motivo coincide con la finalità stessa per cui sono stati creati i PIP: integrare la pensione pubblica ed avere un secondo assegno mensile che ti permetta di mantenere il tuo tenore di vita quando smetterai di ricevere uno stipendio.

2 – Deducibilità dei premi versati nel PIP.

Tutto quello che versi nel PIP durante l’anno, fino ad un massimo di 5.164,57 €, può essere portato in deduzione fiscale. Significa che il tuo reddito imponibile, quello su cui ti vengono calcolate le tasse, si riduce di pari importo a quanto versato.

In base al tuo reddito lordo ed alla tua aliquota marginale, beneficerai del risparmio fiscale indicato nella tabella seguente.

REDDITO ANNUO LORODALIQUOTA MARGINALE IRPEFVERSAMENTO NEL PIPRISPARMIO FISCALE
Fino a 15.000 € 23,00%€ 5.164,57€ 1.187,85
Da 15.001 a 28.000 € 25,00%€ 5.164,57€ 1.291,14
Da 28.001 a 50.000 € 35,00%€ 5.164,57€ 1.807,60
Oltre 50.000 € 43,00%€ 5.164,57€ 2.220,70

Se ad es. guadagni 30.000 € lordi annui e versi il massimo dell’importo deducibile, il tuo risparmio fiscale sarà di circa 1.807 €.

E non dovrai fare nessuna fatica per ottenerlo. Ti basterà riportare nella dichiarazione dei redditi l’importo che hai versato nel PIP e ti ritroverai quanto ti spetta direttamente nella busta paga. O sotto forma di minori tasse da pagare con gli f24 se sei titolare di partita iva.

3 – Flessibilità nella scelta dei versamenti.

Pur essendo tecnicamente una polizza vita, il PIP ti lascia la totale libertà di scegliere quando e quanto versare, senza alcuna penalizzazione o vincolo che sono presenti invece in altri prodotti assicurativi o di investimento.

Sarai tu a decidere quanto versare, a scegliere il momento dell’anno in cui farlo e potrai anche modificare nel corso del tempo il tuo piano di versamenti, magari iniziando con meno soldi da giovane quando il reddito è mediamente più basso, per poi aumentare il versamento man mano che le tue disponibilità te lo permettono.

Addirittura puoi anche decidere di non versare nulla per uno o più anni e poi riprendere i versamenti quando ti pare, senza incorrere in penali di alcun tipo.

Va da sè che più versi, più soldi metterai da parte per la tua pensione integrativa e maggiore sarà la deducibilità fiscale di cui godrai.

4 – Flessibilità nella scelta degli investimenti.

Tutto quello che versi nel PIP non rimane bloccato ma viene investito dalla tua compagnia di assicurazione/banca/poste secondo le indicazioni che tu stesso gli fornisci. Solitamente puoi scegliere tra tre diverse opzioni: investire in gestioni separate (cioè titoli di Stato ed obbligazioni a bassissimo rischio), investire in fondi (azionari, monetari, obbligazionari…ce ne sono decine tra cui scegliere, ognuno con un proprio rendimento ed una propria rischiosità) oppure suddividere i tuoi soldi in percentuale tra le due opzioni, decidendo tu quanti investirne in gestioni separate e quanti in fondi.

5 – Scelta tra capitale e rendita.

Anche se il PIP è uno strumento nato con l’intento di garantirti una rendita mensile, al momento del pensionamento potrai sempre optare per una diversa restituzione dei tuoi soldi.

Puoi infatti chiedere che ti venga restituito tutto il capitale in un’unica soluzione oppure ritirare metà capitale subito ed il resto sotto forma di rendita vitalizia.

6 – Tassazione agevolata sui rendimenti.

Un ulteriore vantaggio fiscale del PIP è il fatto che gli interessi maturati nel corso degli anni non vengono tassati al 26% come i prodotti finanziari, ma hanno una tassazione del 20%, che si riduce al 12,5% sulla parte relativa ai titoli di Stato ed equiparati.

7 – Possibilità di incassare anticipatamente.

Analogamente a quello che puoi fare con il tuo TFR, anche per quanto riguarda i versamenti nel PIP vige la regola che puoi riscattarne una parte ancora prima del pensionamento. Si tratta soprattutto di riscatti legati a spese sanitarie, acquisto e ristrutturazione della prima casa o anche senza un particolare motivo. In quest’ultimo caso però dovrai attendere almeno otto anni dalla data di sottoscrizione e non potrai richiedere più del 30% di quanto maturato.

Un’ultima considerazione. Sono sicuro che anche tu, trattandosi di un accantonamento per la tua pensione, voglia avere tutte le certezze e le sicurezze possibili che nessuno possa compromettere il tuo risultato.

Sappi che hai due ulteriori elementi di sicurezza:

  1. Tutto il denaro che viene raccolto dalle compagnie per alimentare i PIP costituisce per loro patrimonio separato. Ciò significa che su quei soldi non sono ammesse azioni esecutive, nè da parte dei creditori delle compagnie, nè da parte dei creditori dei singoli aderenti al PIP. Nessuno potrà mettere le mani su quei soldi.
  2. In caso di morte dell’aderente al PIP nel periodo in cui sta accantonando per la sua pensione, il capitale versato viene restituito agli eredi e non è soggetto all’imposta di successione.

Ora che hai scoperto cos’è un Piano Individuale Pensionistico non ti resta che approfondire il tema pensionistico per scoprire, sulla base della tua specifica situazione lavorativa e anagrafica, quando e con quanto andrai in pensione.

GLOSSARIO – Un aiuto per capire meglio il mondo delle pensioni.

MONTANTE CONTRIBUTIVO

È il capitale che il lavoratore ha accumulato nel corso degli anni.

Si incrementa ogni anno tramite i contributi, che sono pari al prodotto tra la base imponibile e l’aliquota di computo, che è il 33% per un lavoratore dipendente, 20% per un lavoratore autonomo e tra il 17% ed il 27% per i lavoratori parasubordinati. I contributi versati con questo calcolo si rivalutano annualmente di una misura pari alla variazione media quinquennale del PIL.

COEFFICIENTE DI TRASFORMAZIONE

Sono dei valori percentuali che servono a calcolare l’importo della pensione con il metodo contributivo. La pensione è infatti pari al prodotto tra il montante contributivo ed il coefficiente di trasformazione. I coefficienti variano in base all’età anagrafica del lavoratore al momento del pensionamento. Maggiore è l’età al momento del pensionamento, maggiore sarà il coefficiente di trasformazione e quindi la pensione.

ASPETTATIVA DI VITA

È un dato statistico che dice quanto mediamente vivono le persone. È importante perchè con la legge Fornero è stata introdotto un meccanismo che aggancia l’età pensionabile alla speranza di vita stabilendo che ogni due anni venga spostata in avanti di tre mesi l’età del pensionamento. Inoltre l’aumento dell’aspettativa di vita comporta la revisione dei coefficienti di trasformazione in negativo e quindi la riduzione della pensione. Per effetto della revisione periodica della speranza di vita si stima che chi ha iniziato a lavorare da poco andrà in pensione dopo i 70 anni di età anagrafica.

SISTEMA DI CALCOLO CONTRIBUTIVO

È il sistema di calcolo della pensione applicato a tutti quelli che hanno iniziato a lavorare dal 01/01/1996. Con questo sistema l’importo della pensione è determinato come il prodotto tra la somma di tutti i contributi versati durante la vita lavorativa, rivalutati annualmente, e lo specifico coefficiente di trasformazione. Più alti sono i contributi versati e l’età al pensionamento e maggiore sarà la pensione.

SISTEMA DI CALCOLO RETRIBUTIVO

È un sistema per il quale la pensione è calcolata sulla base della media delle retribuzioni (o dei redditi per i lavoratori autonomi) degli ultimi anni lavorati. Si basa su tre elementi: anzianità contributiva, retribuzione o reddito pensionabile e aliquota di rendimento, pari al 2% annuo. È data dalla somma delle quote A e B, che sono la porzione di pensione maturata fino al 31/12/1992 e quella maturata a partire dal 01/01/1993.

SISTEMA DI CALCOLO MISTO

È un sistema di calcolo che combina assieme il retributivo ed il contributivo ed è applicabile solo a pochi lavoratori in quanto sostituito dal sistema contributivo con l’entrata in vigore della riforma Fornero.

Per i lavoratori con meno di 18 anni di contributi al 31/12/1995 la pensione è calcolata pro quota con il sistema retributivo, per l’anzianità maturata fino a quel momento, e con il sistema contributivo a partire dal 01/01/1996.

Per i lavoratori con 18 anni o più di contributi al 31/12/1995 la pensione è calcolata pro quota con il sistema retributivo, per l’anzianità maturata fino al 31/12/2011, e con il sistema contributivo a partire dal 01/01/2012.

DEDUCIBILITÀ FISCALE

La deduzione fiscale è un’agevolazione che consente di ridurre il reddito imponibile, cioè quello su cui vengono calcolate le tasse. Consente di pagare meno tasse.

PIP

È l’acronimo di Piano Individuale Pensionistico, lo strumento ideato per favorire la diffusione della previdenza complementare. È un contratto assicurativo del comparto vita che può essere sottoscritto sia da lavoratori autonomi che dipendenti. Prevede due fasi: quella di accumulo e quella di erogazione delle prestazioni.

La prima, corrispondente al periodo lavorativo dell’aderente, è quella in cui l’aderente versa i contributi per alimentare il suo piano individuale pensionistico. Prevede diversi vantaggi, primo fra tutti la deducibilità dei premi versati fino al limite di 5.164,57 € annui.

La fase di erogazione è invece il periodo, successivo alla data di pensionamento dell’aderente, in cui la compagnia eroga la prestazione sotto forma di rendita vitalizia. In determinate circostanze l’aderente può richiedere che gli venga riconosciuto quanto accantonato sotto forma di capitale invece che rendita.

PENSIONE DI ANZIANITÀ

È una forma di pensione che di fatto non esiste più, sostituita dalla pensione anticipata dopo l’introduzione della legge Fornero del Dicembre 2011.

Permetteva ai lavoratori che non rispettavano i requisiti minimi di età anagrafica e di anni di contribuzione di andare comunque in pensione, ma con un importo più basso.

PENSIONE ANTICIPATA

È una forma di pensione, introdotta dalla riforma Fornero, che permette di andare in pensione dopo aver maturato un certo numero di anni di contributi, a prescindere dall’età anagrafica. In particolare nel 2020 sono previsti almeno 42 anni e 10 mesi di anzianità contributiva per gli uomini e almeno 41 anni e 10 mesi per le donne. Per alcune categorie di lavoratori, es. lavoratori precoci o lavori usuranti, sono previste delle agevolazioni.

PENSIONE DI VECCHIAIA

È quella che comunemente viene definita semplicemente pensione. È l’assegno mensile vitalizio erogato dall’INPS al termine della carriera lavorativa.

Per averne diritto vanno rispettati dei requisiti minimi: 67 anni di età anagrafica e almeno 20 anni di contributi versati. Tali requisiti possono essere modificati in base all’aumento della speranza di vita.

TASSO ANNUO DI CAPITALIZZAZIONE DEI CONTRIBUTI

È il tasso che viene applicato al montante contributivo per determinarne la rivalutazione annua. È pari alla variazione media quinquennale del PIL nominale, calcolata dall’ISTAT, con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare. La rivalutazione deve essere operata il 31 Dicembre di ogni anno ed ha effetto per le pnsioni erogate dal 01° Gennaio dell’anno successivo. Se la variazione del PIL dovesse essere negativa, la rivalutazione del montante non sarà negativa ma pari a zero.

Vuoi risparmiare sulle tasse? Aderisci alla previdenza complementare

Uno dei motivi per cui le persone scelgono di aderire alla previdenza complementare tramite la sottoscrizione di un PIP, è il vantaggio fiscale che tale scelta comporta.

La norma dice infatti che tutto quello che viene versato nel corso dell’anno in un PIP genera un risparmio fiscale, accreditato direttamente nella busta paga di luglio dell’anno successivo per i dipendenti o sotto forma di minori importi da pagare tramite F24 per i possessori di partita iva. È come se per lo Stato tu non avessi guadagnato quei soldi versati nel PIP, non te li tasserà.

L’entità del risparmio dipende dalla propria aliquota IRPEF marginale di riferimento, che a sua volta dipende dalla Retribuzione Annua Lorda (RAL), secondo il seguente schema:

  • reddito fino a 15.000€ >> aliquota marginale del 23%
  • reddito tra 15.001€ e 28.000€ >> aliquota marginale del 25%
  • reddito tra 28.001€ e 50.000€ >> aliquota marginale del 35%
  • reddito oltre i 50.000€ >> aliquota marginale del 43%

Un esempio numerico aiuta a capire meglio il concetto.

Ipotizziamo un impiegato che guadagna 35.000€ annui lordi. L’IRPEF totale sui 35.000€ corrisponde a circa 9.150€.

Se avesse versato 5.000€ nel PIP, ai fini fiscali sarebbe stato come se il suo reddito fosse stato di 30.000€ e quindi avrebbe pagato solo 7.400€ di tasse.

Per semplicità di calcolo ho ipotizzato un versamento di 5.000€ nel PIP ma la norma stabilisce che il massimo importo deducibile sia di 5.164,57€ annui, che possono diventare 7.746,86€ a determinate condizioni.

Nell’esempio il nostro lavoratore ha ottenuto un risparmio netto di 1.750€ grazie al versamento nel PIP. E grazie alla sua aliquota marginale del 35%.

È già un bel risultato.

Ma guardate cosa succede quando il reddito è appena superiore ad una delle soglie a parità di versamento.

Ipotizziamo un lavoratore che passa da una RAL di 49.500€ a 50.500€. È un piccolissimo aumento di reddito ma sufficiente per sfruttare al massimo la deducibilità fiscale di quanto versato nel PIP. Su tutti i 5.000€ versati infatti l’aliquota applicata sarebbe quella dei redditi oltre i 50.000€, cioè il 43% e non più il 35%. Il che significa non più 1.750€ di risparmio fiscale generato dal PIP, ma ben 2.150€, a parità di tutto il resto.

Il PIP diventa quindi non solo uno strumento per costruirsi una pensione integrativa ma anche un mezzo di ottimizzazione delle proprie tasse.

E per chi fa carriera nel corso degli anni, consente anche di non buttare in maggiori tasse un eventuale aumento di stipendio o fatturato.

Ricordatelo ogni volta che vedrai crescere la tua RAL, sfrutta il PIP per massimizzare il tuo risparmio fiscale e pagare meno tasse.